Dopo le presentazioni formali,generalmente,seguono sempre quelle sostanziali. E per arrivarci un po’ di più,a quella sostanza, ho pensato a come poter rendere questo blog un compito gradevole ma,comunque, interessante.Ragionando,forse basta dedicarlo a quello che nella quotidianità,oggi,mi emoziona di più: un turno in emergenza. Dedicherò,quindi, un po’ di tempo a raccontarvi volta per volta qualche frammento delle mie “notti di guardia”, perchè ognuna di esse ha lasciato,nel corso di questi anni, un ricordo indelebile ed un’emozione.

E voglio cominciare dal momento più significativo.

Io credo esista per tutti quanti un momento preciso in cui si realizza con certezza, definitivamente ciò che si è, e chi si vuole diventare. Per me,il momento è arrivato poco più di un anno fa.

Per salire come volontario in ambulanza si seguono corsi, si fa pratica, si fa tirocinio. Si può decidere poi di lavorare con un medico a bordo o da soli, come responsabili di un defibrillatore automatico, per gestire “emergenze minori”. I cosiddetti codici verdi. Questa è la teoria. La pratica è ben altra.

Novembre 2009, in equipaggio siamo in tre. Io, l’autista, il secondo soccorritore. A questo giro, siamo soli. Niente medico. Nella sede squilla il telefono, a chiamare è la centrale del 118 che ci invia in codice rosso su strada per un incidente. “Non sarà mai un “vero” codice rosso” pensiamo, “non c’è il medico con noi”. Cinque minuti,siamo sul posto. Ed è un codice rosso,di quelli veri, seriamente. Lascio il nostro autista dal primo ferito, che è seduto con vari traumi e sotto shock ma comunque cosciente. Guardo più avanti, c’è una donna stesa a terra,chiamo l’appoggio di un mezzo con medico a bordo. E poi vivo quei minuti come fossi dentro a un film. Ci sono le urla, c’è la coscienza di questa donna che dura pochi attimi per poi perdersi, c’è una emorragia massiva ed un pneumotorace,c’è da attendere l’arrivo del medico potendo usare soltanto le conoscenze e le autorizzazioni del volontario,che mai come in quel momento si rivelano inadeguate. I minuti passano,c’è chi ci aiuta ad immobilizzare la donna, c’è il collega che cerca il necessario in ambulanza, ci sono anche i tizi che fanno foto con il cellulare. Ci sono i giornalisti. Che sono lì,e non danno una mano, e scattano foto e fanno video. E sono giornalista anche io,fino a quell’attimo. Arriva il medico, portiamo la paziente in pronto soccorso ma la prognosi è infausta. E poi c’è la telefonata dalla mia redazione,che ha saputo che ero lì. C’è la caporedattrice che mi chiede se sia morto qualcuno,così potranno riempire la prima pagina.

E poi c’è la dissociazione. E ci sono io immobile da qualche parte in pronto soccorso con una consapevolezza nuova: vivo dalla parte sbagliata della barricata. Con la necessità di dover cambiare percorso di apprendimento,con la convinzione viscerale di voler cambiare barricata, di voler seguire il cuore che mi porta da un’altra parte. Dalla parte di chi può fare e non deve stare a raccontare.A quella persona, a quel momento, devo il mio studio e la mia serietà nell’intraprendere questo nuovo percorso. 

Sono le tre di notte, però, e quel turno continua. Mettiamo a posto l’occorrente in ambulanza, possiamo ripartire,siamo provati ma non molliamo. Alle tre e mezza suona nuovamente il telefono, di nuovo il 118. Una donna sta per partorire, deve essere trasportata in ospedale. Arriviamo a casa della paziente, l’indicazione è per Torregalli. Reparto maternità. Lasciamo lì la giovane donna in attesa che nasca la sua bimba,e rimaniamo qualche minuto lì,davanti ad un vetro. A respirare profumo di buono, di speranza e di vita nuova davanti alle culle della maternità.

E’ un’altalena, è un fiume di emozioni in una sola notte. E’ una notte di ordinaria emergenza in cui accade questo e molto di più. E’ per questoche ho deciso di raccontarvelo,se avrete la pazienza di seguirmi 🙂

Elisa

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