Ieri era la festa della donna, e io pur arrivando in ritardo voglio dedicare quella giornata ad una donna decisamente singolare. La sua storia si incrocia con la mia in una notte di estate del 2010.

Due e quaranta circa di notte, il turno in “medicalizzata” è trascorso sereno fino a quel momento. E lo squillo del telefono rende ancora più complicato alzarsi di scatto,scendere le scale di corsa, stropicciarsi gli occhi e sveglia,via, di corsa in ambulanza. Dal computer la centrale segnala un K4R, un codice rosso in un’abitazione per un problema di natura respiratoria. Il dottore,questa notte,è un uomo in gamba. Uno di quelli a cui oggi devo molto,uno di quelli che sa armonizzare un equipaggio con un solo sguardo. E io sono serena, perchè so che ci guiderà al meglio anche stavolta. Arrivati all’abitazione,saliamo di corsa le scale. E davanti a noi c’è una signora composta e sofferente che ci sorride e ci invita a entrare. Si chiama B., ha 94 anni. Casa sua profuma di bucato e di biscotti, vive sola dalla morte del marito,non ha figli nè nipoti,ma due grandi occhi azzurri lucidissimi e profondi che mi seguono mentre le attacco i red dot per effettuare un Ecg. Il problema è un’edema polmonare acuto ed insorgente, dobbiamo correre in ospedale. A 94 anni,si muore per molto meno.

Credevo che in quel momento gli occhi di B. avessero osservato confusamente soltanto cinque persone gialle e blu affannarsi attorno alla sua sedia, credevo che avesse soltanto sentito “Furosemide”, “Nitrati”, “endovena”, “prepara un accesso,trattiamo l’epa e corriamo via”,che avesse guardato senza capire il perchè di così tanto affanno intorno a lei.

L’ho creduto, concentrata su altro prima di quel momento, fino a quando non mi ha preso la mano. I suoi occhi così azzurri e così lucidi hanno fissato i miei per qualche istante, per poi sorridermi. “Tesoro”, mi chiede la sua voce limpida, “secondo te sto per morire?”.

Sono rimasta immobile,inebetita, congelata per un istante con le garze in una mano e una mano nodosa nell’altra mano, a fissare quegli occhi che mi fissavano senza sapere cosa rispondere. Poi ho capito che,in realtà, lei aveva compreso.Ogni gesto,ogni movenza che le era accaduta intorno le era sempre stata, in realtà, perfettamente chiara.”Dobbiamo andare in ospedale” le spiego. Lei mi sorride, continua a tenermi la mano. E io,quella mano, la tengo stretta anche mentre la portiamo giù per le scale,anche durante il viaggio verso l’ospedale, fino a poco prima di salutarla. E B. mi racconta, racconta della focaccia fatta in casa ogni giorno da oltre trent’anni, racconta della guerra, racconta delle amiche e dei vicini, racconta del gatto di strada che ogni tanto viene a farle compagnia. Racconta sorridendo.

Ci salutiamo dentro al Pronto Soccorso, “tu non vieni?” mi chiede. “Io qui la devo salutare”, rispondo.

Sono tornata a trovare B. il giorno dopo. E’ una cosa che non faccio mai, che non dovremmo fare. Dovremmo, sempre,limitarci a prestare aiuto nel tempo esiguo della cosiddetta “golden hour”, seguire indicazioni, trasportare, “scaricare” per poi andarcene. E’ una cosa che non ho mai fatto altre volte. Sono tornata a trovare solo B., il giorno dopo, ho chiesto se fosse sopravvissuta all’infermiera che era di guardia. “B?” mi ha risposto, “B. sta meglio di noi due messe insieme,è una roccia”. Il giorno dopo, quella donna di 94 anni che non ha mai smesso di sorridere un istante neanche di fronte all’evidenza della morte, era seduta in un letto col suo pranzo davanti e chiacchierava amabilmente con un infermiere. Ho fatto capolino nella stanza, lei ha agitato la manina, sgranato il suo sorriso. “Oh,buongiorno tesoro!” ha esclamato.

E io, questo otto marzo, lo voglio dedicare a lei. E a tutte le persone che come lei non si danno per vinte, mai, neanche quando il resto del mondo le dà per spacciate, neanche quando l’evidenza della solitudine o della malattia porterebbe chiunque altro quantomeno a spegnersi. A chi, come lei, a 94 anni sorride e sempre,comunque, va avanti. C’è tanto bisogno di gente così al mondo.

Elisa

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