Parlando di emergenza,c’è bisogno di sfatare un mito che falsa completamente,purtroppo,la realtà dei fatti. Chi fa volontariato potrà capire cosa sto per scrivere: nel 90% dei casi, infatti,il massaggio cardiaco non è sufficiente. Si arriva sempre troppo tardi, l’arresto cardiaco è fatale. Nel rimanente 8%,c’è speranza di riprendere un battito, ma non la coscienza: troppo gravi i danni causati dalla mancata ossigenazione del cervello.Se nei film vediamo quotidianamente massaggi che non comprimono una cippa, tizi che vanno in arresto e dopo la rianimazione riprendono coscienza, si alzano chiedendo pure un caffè, nella realtà,purtroppo,non è così. Il tempo che trascorre dalla chiamata all’arrivo dell’equipaggio e, purtroppo, l’inesperienza dei familiari,rendono il tutto spesso e volentieri molto vano: dopo 5 minuti, infatti, i danni dell’anossia sono irreversibili, dopo 10 minuti si muore. I parenti,che sarebbero fondamentali per guadagnare tempo ed aumentare le possibilità di ripresa, quasi mai sanno come intervenire.

Ci sono,però,le eccezioni. Quel 2 per cento che rimane. Che, a volte, diventa un piccolo miracolo sanitario e ti tocca il cuore.

Estate 2010. Sono in turno su un’ambulanza con infermiere a bordo, nell’associazione dove lavora il mio ragazzo. Inganno il tempo divorando maledetti alphatest, è sabato pomeriggio e la città è deserta,si spera di poter studiare. Il telefono squilla, infatti,solo intorno alle 7. K2R,codice rosso in casa, uomo di 70 anni non cosciente,non respira. Francesco, l’infermiere, si mette in comunicazione con la centrale, dalla quale arriva la conferma:sembra si tratti realmente di un arresto cardiaco,non di un falso allarme. Arrivati sul posto,un uomo è steso a terra e non respira, il figlio spiega che si è accasciato con la faccia nella minestra mentre stavano cenando, lo hanno preso e messo sul pavimento in un corridoio molto angusto. Tutto intorno,un silenzio surreale. La moglie osserva incredula, Francesco inizia a dirigere i lavori. Attacchiamo il monitor, ci sono segni di un battito irregolare che si evolve ben presto in asistolia. Probabilmente, la causa primaria è un arresto respiratorio. Mentre uno dei volontari comincia il massaggio, io preparo per Francesco il kit intubazione e inizio a ventilare ossigeno. Ancora niente battito, si defibrilla, accesso venoso ed adrenalina. Ancora niente battito. Chiediamo un appoggio,l’automedica è in arrivo da Torregalli. Chiunque di noi,sta già pensando a come spiegare quanto accaduto a quella moglie attonita in piedi nel corridoio così stretto. Adrenalina, ancora. “Via io,via voi, via tutti”, un’altra scarica. Continuo a ventilare, Francesco si prepara ad intubare il paziente. Il barattolino di Luan rotola sotto una cassapanca, sembra l’unica cosa diversa di uno scenario purtroppo già scritto. Un attimo dopo, invece. “Aspetta”. Aspetta?Cosa?mi chiedo. Anche quell’ “aspetta”, come il barattolino di Luan, esce dai miei schemi. “Fermatevi,aspettate un attimo”, chiede Francesco. Immobile, con il palloncino per ventilare ossigeno, sento tirare un respiro affannato. Guardo il monitor. C’è un battito.

Guardo l’uomo, steso a terra,guardo la sua gola muoversi nell’atto di respirare. Prima debolmente,poi con sempre più forza. Guardo quell’uomo che tutti avevano dato per morto socchiudere gli occhi, respirare ancora. 20.35.50. Sale la frequenza cardiaca. Nel corridoio, si affaccia una divisa gialla. E’ arrivato il medico. “L’abbiamo ripreso” spiega Francesco.

Portare quell’uomo vivo in ospedale è una conquista che non dimentico. Sentirlo respirare,vedere il suo cuore battere. Ancora. Niente film,non si è alzato di scatto in piedi, non ha chiesto un caffè. Non so dire se, onestamente, abbia recuperato a pieno la funzionalità cerebrale. Ma il suo cuore è tornato a battere. Lo sforzo è stato utile.

Non lo dimenticherò mai.

Elisa

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