In Italia, un milione di cose non funzionano. Se ne parla, se ne discute. Ma le uniche persone che possono sbatterti in faccia la realtà, in genere, sono quelle che le ingiustizie le vivono sulla pelle, e te le raccontano con disperazione e con forza allo stesso momento.

Giovedì notte, 01.30 circa. Usciamo in ambulanza senza medico a bordo, ci spediscono in una zona per nulla ben frequentata. L’umore, onestamente, non è dei migliori, nessuno di noi ha voglia di far fronte a scenari post rissa o ad ubriachi molesti da scarrozzare a dormire al caldo. In realtà, quello che ci aspetta è molto diverso. Accostando sul ciglio della strada, c’è una donna di circa un metro e novanta, ubriaca, spaventata, sotto shock. Ha parte del cranio pressochè sfondata, sangue dall’orecchio, ma lo shock è così forte da non farle avvertire il dolore. La facciamo salire in ambulanza, cerchiamo di tranquillizzarla. Ci racconta di chiamarsi I.,cerco di chiederle qualcosa in più mentre dò un’occhiata alla ferita alla testa e medico i tagli sul corpo di cui è piena. I., a quel punto, comincia a raccontare. Ci vomita addosso una storia di dolore, paura, disperazione, coraggio e fragilità, alternando al pianto una lucidità tremenda. E’ una transessuale, è appena stata picchiata per aver denunciato il suo magnaccia, l’hanno rimandata in strada e un uomo l’ha aspettata nella sua piazzola. Calci, pugni, bottiglie spaccate sulla testa. Questo è quello che rimane di lei quando arriviamo per portarla in pronto soccorso. Ma il suo racconto non si ferma a questo. Ha chiamato le forze dell’ordine, spiega, ha dato loro la targa dell’uomo che dopo averla picchiata è fuggito via, nessuno è arrivato. Quando la troviamo noi, è da sola al telefono che continua a raccontare i dettagli della sua aggressione. Ma nessuno arriverà, nessuno raccoglie la sua denuncia. E’ consapevole di essere piena di peccati, I. E’ un’eroinomane, è una prostituta, è clandestina, è un transessuale. E’ così che lei definisce se stessa. Ed è quello che è oggi, spiega, perchè sua madre ha il cancro e lei ha dovuto lasciare la sua attività in Brasile per aiutare la famiglia. A cinque anni l’hanno violentata, nessuno ha pagato, oggi I. è qui e tutto quello che chiede non sono le cure. E’ di tornare in Brasile. “Voglio tornare a casa,” spiega, “in Italia c’è la mafia.” ripete più volte. Offende se stessa mentre si descrive, si racconta con una verità così schietta, così ai limiti della cattiveria. Quello che vediamo noi, è solo paura, dolcezza, fragilità.

La lasciamo in Pronto Soccorso, la porteranno di corsa a fare una Tac. La lasciamo a chiederci aiuto per tornare a casa, mentre gli altri la fissano come una reietta. La lasciamo sulla barella, e lei lascia in noi un profondo senso di commozione ed impotenza.

Avrei voluto poterla aiutare. Penso a lei oggi, dopo qualche giorno, e mi piace immaginarla su un aereo diretto verso casa sua. Credo che la realtà sia ben diversa, però. E credo sia, ancora oggi, troppo piena di disperazione ed indifferenza.

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